mercoledì 11 aprile 2018

RECENSIONE Il tatuatore di Auschwitz di Heather Morris

Una bella storia, ma uno stile non adatto 




TITOLO: Il tatuatore di Auschwitz
AUTRICE: Heather Morris
EDITORE: Garzanti
PAGINE: 223

TRAMA:
Il cielo di un grigio sconosciuto incombe sulla fila di donne. Da quel momento in poi sarà solo una sequenza inanimata di numeri tatuata sul braccio. Ad Auschwitz Lale, ebreo come loro, è l'artefice di quell'orrendo compito. Lavora a testa bassa per non vedere un dolore così simile al suo. Quel giorno però Lale alza lo sguardo un solo istante. Ed è allora che incrocia due occhi che in quel mondo senza colori nascondono un intero arcobaleno. Il suo nome è Gita. Un nome che Lale non può più dimenticare. Perché Gita diventa la sua luce in quel buio infinito. La ragazza racconta poco di sè, come se non essendoci un futuro non avesse senso nemmeno il passato. Eppure sono le emozioni a parlare per loro. Sono i piccoli momenti rubati a quella assurda quotidianità ad avvicinarli. Ma dove sono rinchiusi non c'è posto per l'amore. Dove si combatte per un pezzo di pane e per salvare la propria vita, l'amore è un sogno ormai dimenticato. Non per Lale e Gita che sono pronti a tutto per nascondere e proteggere quello che hanno. E quando il destino vuole separarli nella gola rimangono strozzate quelle parole che hanno solo potuto sussurrare. Parole di un domani insieme che a loro sembra precluso. Dovranno lottare per poterle dire di nuovo. Dovranno crederci davvero per urlarle finalmente in un abbraccio. Senza più morte e dolore intorno. Solo due giovani e la loro voglia di stare insieme. Solo due giovani più forti della malvagità del mondo.






RECENSIONE:

La storia di Lale è drammatica, intensa e sconvolgente: questo libro raccoglie e narra i dettagli di un'esistenza infernale, di un luogo dell'orrore... in cui, però, trova spazio l'amore. O meglio, l'amore si ritaglia, con una forza quasi assurda, uno spazio nell'indicibile violenza nella quale i protagonisti sono costretti a vivere.

Lale arriva ad Auschwitz il 23 aprile del 1942 e si fa una promessa: lui ne uscirà vivo. Giorno dopo giorno non smette mai di provarci e, per riuscirci, accetta il lavoro di Tatowierer (tatuatore), esercizio che viene da molti considerato un tradimento nei confronti del suo stesso popolo. Ma con Lale questa professione si trasforma nella speranza e nelle salvezza di molti: il tatuatore cerca infatti di aiutare quanti più prigionieri possibile, sfruttando i privilegi offerti dalla sua posizione.

La parte femminile della vicenda è Gita, ebrea slovacca che attira l'attenzione di Lale nel momento esatto in cui lui è costretto a infliggerle il dolore e l'umiliazione di diventare un numero.
In un universo di disperazione e inumanità tra i due cresce l'amore e diventa , un po' per tutti quelli che li conoscono, un simbolo vivente di speranza: nessuno può privarli di almeno un attimo di felicità. E loro da lì usciranno vivi, se lo sono ripromessi a vicenda.


I temi e le storie dei personaggi sono assolutamente commuoventi... ma ciò che non mi ha convinto molto è lo stile con il quale sono narrate: troppo biografico e troppo poco "poetico". L'autrice è frettolosa e si sofferma poco sui singoli dettagli ed eventi; avrei preferito delle sfumature più introspettive, più emotive e meno cronologia di avvenimenti.
Probabilmente questa è stata una scelta volontaria, volta a trasmettere l'idea che la violenza fosse diventata così quotidiana e scontata da obbligare le vittime a "sorvolare" sulle loro reazioni, per non cedere alla disperazione. Tutto ciò, però, non mi ha permesso di cogliere la gravità di alcune scene e alcuni personaggi sono rimasti un po' indefiniti. Questo vale, per esempio, per l'ufficiale Baretski, del quale non ho compreso davvero la natura e l'atteggiamento nei confronti di Lale: tra i due si è sviluppata una qualche forma di simpatia o la relazione è tuttalpiù sarcastica? Per farvi capire cosa intendo, vi dico che questa domanda mi è rimasta irrisolta: Baretski avrebbe sparato davvero a Lale? O non l'avrebbe fatto?

Per essere proprio sincera, non so se ho affrontato quest'opera nel modo corretto, forse non l'ho capita appieno. O forse davvero lo stile non è adatto.
In ogni caso ne consiglio la lettura, visto il tema trattato: è una storia vera e conoscerla è importante.

Ah, ci tengo ad aggiungere che la parte più toccante, per me, è stata la postfazione, scritta dal figlio di Lale e Gita.


Fatemi sapere cosa ne pensate :)

Alex

8 commenti:

  1. Bellissima storia, bellissimo libro, ma soprattutto bellissima recensione! :D

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  2. Io non l'ho ancora letto, ma desidero leggerlo, e poi ti farò sapere ☺

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  3. Mi ispira tantissimo questa storia, sicuro che piangerò ma secondo me ne vale la pena!

    https://julesonthemoon.blogspot.it

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    1. Stranamente io non ho pianto pianto... questo libro mi ha commossa in modo diverso: niente lacrime, ma una grande emozione.

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  4. Non so perché ma non ero del tutto convinta di leggerlo se proprio devo dirtelo, ma mi hai convinta con questa recensione! Lo leggerò appena possibile <3

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  5. Io leggo pochissimi libri storici, ma quelli ambientati durante la IIGM sono di certo i miei preferiti. Questo mi ha affascinata fin da subito ma qualcosa mi ha sempre frenata dal leggerlo. Ora però sono troppo curiosa e vado a vedere se qualche biblioteca della zona ce l'ha!

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